Convinciti che il mondo sei tu, e sforzati di salvarlo per salvare te stesso. Il mondo è il tuo mondo, ma non l’“io” egoista; piuttosto, è l’umanità.
Così scriveva Miguel de Unamuno, commentando — o forse riscrivendo — il Don Chisciotte. C’è qualcosa di profondamente serio nella protesta degli studenti che hanno scelto il silenzio durante l’esame orale della maturità. Non tanto nel gesto in sé, che può sembrare a molti una provocazione immatura, lo sfruttamento di una scappatoia normativa.
Piuttosto, nel messaggio che porta alla luce, consapevolmente o meno: che il silenzio è un tentativo, per quanto imperfetto, di salvare non solo se stessi, ma anche una scuola e un mondo percepiti come sbagliati.
Il Ministro dell’Istruzione e del Merito ha chiarito che, a partire dalla prossima maturità, chi rimarrà in silenzio sarà bocciato. Una misura che, se pensiamo alla scuola come a un luogo di responsabilità e regole condivise, può apparire comprensibile e coerente. L’esame orale è un momento di valutazione, ma anche di dialogo, e non si può permettere che diventi solo una piattaforma di protesta.
Forse è proprio questo il punto. Quel silenzio, così apparentemente arrogante, è un grido di sfiducia verso un sistema percepito dai giovani come distante, competitivo e arido.
Un sistema che misura la performance più di quanto ascolti. È il rifiuto di quella che alcuni studenti hanno definito “una scuola a punti”.
Parallelamente, un altro studente ha chiesto volontariamente che il suo voto venisse abbassato da 84 a 60, il minimo necessario per passare, per esprimere solidarietà ai compagni rimasti indietro. È stato un gesto che Massimo Gramellini, in uno dei suoi “Caffè”, ha descritto con la tenerezza di chi sa leggere oltre le apparenze: una scuola che non è più una palestra di competizione, ma un luogo di cooperazione.
Se la scuola è davvero un luogo che educa, allora anche la protesta, per quanto sbagliata nella forma, deve essere letta e compresa come un sintomo.
Non è una ribellione da punire, ma una domanda da ascoltare. Gli studenti sottolineano che, nonostante una preparazione impeccabile, hanno sentito che c’era poca attenzione alle persone. In altre parole, ciò che conta è il voto finale, non il percorso umano — fatto di gioia, ansia e frustrazione — che lo accompagna.
In definitiva, questi studenti pongono la stessa domanda che molte istituzioni si pongono oggi: la scuola può essere ancora solo un luogo di valutazione? O deve diventare una “scuola diffusa”, come la definisce l’OCSE e come ho già esplorato nel libro EroStudente: un sistema che sviluppa non solo competenze, ma anche capacità di ascolto, empatia e collaborazione? In questo percorso, l’università rappresenta la naturale prosecuzione di un’istruzione continua, inclusiva e orientata allo sviluppo del potenziale.
In quest’ottica, il lavoro della Ministra Bernini è positivo: ha recentemente rilanciato il Piano di Orientamento Universitario e l’iniziativa dei “campus diffusi” per rafforzare la filiera formativa tra scuole, università e imprese. È un passo nella giusta direzione, affinché l’istruzione non finisca entro i confini della scuola.
Serve un salto culturale: dalla scuola della velocità individuale alla scuola dell’umanità condivisa. In altre parole, più ascolto e meno performance. Non più un insegnante come “drone di contenuti”, come suggerisce l’“umanista-innovatore” Jeffrey Schnapp, ma un professore come “designer della motivazione”, capace di stimolare il desiderio di imparare. Da un esame orale come valutazione finale a una conversazione che diventa un autentico momento di scambio.
Questa è la vera sfida. E forse quei silenzi non sono altro che un modo imperfetto per chiederci di affrontarla. Viviamo in un mondo dove la performance è la regola. Questo è comprensibile: l’obiettivo è tutelare il merito e dare a tutti le stesse opportunità in modo oggettivo. Anche per questo Valditara ha voluto chiarire che regole e responsabilità devono restare punti fermi, a tutela di tutti.
Ma il problema della cultura della performance è il peso che porta con sé: il traguardo conta più del percorso, e il risultato più del progetto che c’è dietro. La protesta è il sintomo di un malessere radicato in questa cultura. Iniziamo ad assorbirlo fin da bambini, basti pensare alla domanda apparentemente innocente: “cosa vuoi fare da grande?”. E così il bambino finisce per essere identificato con il suo futuro lavoro.
Fare del proprio meglio non è sempre sufficiente. E la competizione non premia la persona migliore, ma quella con la corazza emotiva più dura. Certo, edulcorare la realtà non serve. Ma forse è il momento di fermarsi a guardare le cause del malessere. Tornare alle persone, ascoltarle, prima di ridurle a un numero. Come nella salute: se curi solo il sintomo senza affrontare la causa, il problema continuerà a ripresentarsi.
Se vogliamo evitare di confondere l’obbedienza con l’educazione, un regolamento non basta. Se non vogliamo confondere l’obbedienza con l’educazione, un regolamento non basta. Abbiamo bisogno di scuole e università che siano le prime a non restare in silenzio di fronte al futuro.
Da “Corriere della Sera” | 8 agosto 2025